Elezioni e riflessioni

 

I periodi di elezioni mi rendono prolifico. Succede sempre per le elezioni americane e questo 2020 di un probabile Trump vs Biden conferma l’assunto iniziale. Ma succede anche con le meno celebrate ma comunque affascinanti elezioni in Emilia Romagna, che si svolgono questo weekend. Insomma, elezione porta riflessione.

Quando un candidato porta i numeri che Bonaccini – Governatore del PD in carica e in cerca di nuovo mandato – presenta quest’anno, in un mondo normale vincerebbe in rilassata scioltezza. Dati positivi su lavoro, crescita ed export, anche se un po’ gonfiati a causa della campagna elettorale. Tuttavia, non siamo in un mondo normale. Siamo in un periodo in cui i numeri contano meno dei meme sul Web, dove i facilissimi e rozzi slogan basati sul sentiment popolare hanno la meglio sul nobile ma faticoso fact checking. Per cui l’elezione è incerta, too close to call direbbero a Washington DC.

 

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In un periodo di big data e intelligenza artificiale, come mai i numeri, i risultati contano così poco? In realtà, sono numeri che battono altri numeri. Facciamo un esempio: oggi poche decine di persone possono condizionare la percezione di un candidato o una candidata grazie ai nuovi e potenti strumenti gratuiti che offrono le piattaforme social. La prova? Ce la offre il Washington Post descrivendo come i supporter di Sanders (democratico) stiano attaccando la rivale Warren (democratica) a colpi di meme offensivi su Facebook. Ma anche a colpi di emoticon di serpente su Twitter. Attacchi che hanno un peso specifico che diventa di molto superiore a quello a loro disposizione attraverso il voto.

Facebook gives individual users power over public discourse disproportionate to their authority at the ballot box.

Facebook ha preso ufficialmente posizione, dicendo che non limiterà gli annunci pubblicitari non veritieri. “Le persone devono poter giudicare da sole” dice Mark Zuckerberg. Il che non è sbagliato concettualmente, perché la politica ha sempre fatto propaganda. Tuttavia, Facebook dovrà fare i conti col fatto che “il mezzo è ancora il messaggio” e che la sua potenza di fuoco, mediaticamente, è senza paragoni rispetto al passato. Lavarsene le mani e basta, mi auguro, non basterà per sempre. L’intelligenza artificiale potrebbe essere usata per scovare messaggi offensivi, razzisti e falsi per eliminarli? Non sarebbe una brutta idea di IA, anche se le implicazioni sono molte.

E Google? Neanche lui ci aiuta a trovare contenuti obiettivi al 100%. I Google ADS, le inserzioni pubblicitarie che appaiono in alto dopo una ricerca, stanno diventando indistinguibili dai contenuti veri e propri trovati con la ricerca stessa. Con la differenza che coi primi si paga e si decide cosa appare, i secondi invece sono quelli che Google mi propone come più autorevoli e centrati rispetto alla mia ricerca. Anche qui, i numeri di algoritmo e budget battono altri numeri.

 

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Come faccio io ad avere più chiarezza, essendo un utente che vuole informarsi? Un bel problema. Perché anche i media tradizionali non ambiscono più a diventare cani da guardia della politica ma docili cani da compagnia. Contraddittori rarissimi, domande preparate e approvate prima, agende dei temi decise unilateralmente dai politici e non dai giornalisti. Rimangono anche delle belle eccezioni, sia chiaro, ma troppo poche. Il politico serve ad attrarre utenti, ad aiutare i click, a dare visibilità. Se dice un sacco di bugie, il fine giustifica i mezzi. Perché la gente non legge e devo attirarla in qualche modo.

Per decidere chi votare, mi impongo di non farmi condizionare dai meme. Provo a non farmi turbare dalle pubblicità online. Cerco una redazione seria che metta alle strette il politico populista del momento con una bella inchiesta.
Tutto decisamente molto difficile.

Rimangono le sensazioni. E la sensazione è che non vincerà il candidato coi buoni numeri. Analisi evolute? No, ho bevuto un caffè nel bar sotto casa. Discorsi, volantini, terminologie, tutto va in una precisa direzione. Pochi fatti, molti slogan. Stiamo a vedere.

 


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