Una premessa: ho sempre avuto una passione per l’elezione del Presidente americano, penso che West Wing sia la più bella serie mai fatta e che una campagna di questo tipo sia la massima espressione possibile della comunicazione politica. Mi piace pensare di mettermi nei panni di Julie Chávez Rodríguez e Jen O’Malley Dillion per Kamala Harris (o di Susie Wiles e Chris LaCivita per Donald Trump) e provare a immaginare quali saranno i fattori di successo per una campagna, “giocando” senza prendersi troppo sul serio (con Hillary Clinton presi una bella scoppola, 8 anni fa).

Da quando Joe Biden si è ritirato dalla corsa al secondo mandato (fatto epocale e unico), c’è grande hype su Kamala Harris. Per il fatto che è donna, per la sua storia, per mille altri motivi. Ma nella comunicazione politica USA contano quasi solo i numeri, quelli dei sondaggi e dei possibili electoral votes dei vari stati. Servono 270 “grandi elettori” su 538 per andare alla Casa Bianca: in tanti stati la vittoria è scontata, per cui tutto si gioca negli swinging states, gli Stati in bilico che saranno decisivi. A oggi siamo, secondo “270 to win” di Nate Silver, messi così.

Insomma, 251 a 226 per Trump. Ai Repubblicani basta vincere solo in Pennsylvania. Oppure in Wisconsin e Arizona. Oppure in Michigan e Nevada. Harris invece deve prenderli tutti. Mancano ancora una convention e oltre 3 mesi alle elezioni del 5 novembre 2024. Cosa può fare Harris?
Se fossi a bere una birra immaginaria con Julie Chávez Rodríguez e Jen O’Malley Dillion, proverei a parlare con loro di quattro fattori per me decisivi:
- Togliere l’agenda dell’informazione all’avversario: Trump è sempre stato bravissimo a dettare l’agenda ai media. Dalle e-mail di Hillary Clinton ai problemi del figlio di Biden, dalle origini di Obama al modo di ridere di Harris. Temi del tutto scollegati dalla sua agenda politica ed è ovviamente voluto. Non solo non commenterei una singola offesa/provocazione e non andrei a fare fact checking (tutti sanno che Trump racconta balle, a quasi nessuno importa). Ci si mette i guantoni: scegli 3 cose che possono far male (una su tutte: il diritto all’aborto per le donne) e martelli solo su quelle per 3 mesi. Per il programma, sappiamo cosa farà.
- Puntare sul voto delle donne: dal 1964 votano più donne che uomini alle elezioni presidenziali. Nel 2020 Trump prese il 44% del voto femminile (quando perse con Biden) e il 39% del 2016 (quando vinse contro Hillary Clinton). A febbraio 2024 era al 36%. Con una donna candidata, l’obiettivo dovrebbe essere farlo restare intorno al 30%. Come? Il 63% delle donne americane difende il diritto di scelta all’interruzione di gravidanza ed è un tema sul quale Trump sarà sempre sulla difensiva. Bisogna andare porta a porta, su Tik Tok, su Instagram: le donne devono andare a votare in massa.
- Non puntare sui risultati raggiunti da Biden: mediamente, se si guardano i numeri, l’America sta bene. Tanti posti di lavoro nuovi, crescita dei salari, ottimi numeri a Wall Street. Il problema sta nel “mediamente”. Le minoranze hanno tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media, tanti non riescono a comprare casa. Mica è tutta colpa dell’amministrazione Biden, ovviamente, ma Harris era alla Casa Bianca. Il tema deve essere sempre, solo, comunque il futuro. Il passato deve essere associato all’unico over 70 rimasto, quello col cappellino da baseball rosso.
- Ricreare l’immagine di Harris pre-2020: i quattro anni alla casa bianca non hanno giovato a Kamala Harris, neanche il più acceso sostenitore dei democratici può dirlo. Non ha il carisma di Obama o di Bill Clinton, non ha il background politico di Biden, ma ha una cosa che agli americani piace sempre: si è fatta da sé. Nel 2003 fu eletta come la prima procuratrice distrettuale di colore in California (a San Francisco) e portò risultati tangibili fino al 2011. Poi è stata eletta Procuratrice generale della California, prima asioamericana della storia. E poi Senatrice della California. Bisogna riportare nella mente degli americani solo quella figura: giovane, spavalda, vincente, coraggiosa.
Kamala Harris, quindi, può vincere? Davanti a una birra immaginaria con Julie Chávez Rodríguez e Jen O’Malley Dillion direi di sì. Onestamente, sarà durissima. Ci vorrebbe la saggezza di Leo McGarry di West Wing (a proposito, Aaron Sorkin avrebbe candidato Romney contro Trump).
Aggiornamento del 5 novembre 2024: la (rischiosissima) previsione in una situazione “too close to call”.
