Cinque consigli a un giovane marketer

Arriva Natale e si commentano i trend dell’anno prossimo. Noi marketer non riusciamo proprio a resistere, dire la nostra è più forte della voglia del primo pandoro. Ma quest’anno ci provo: niente previsioni geniali, solo qualche consiglio. Sei un giovane marketer che guarda al 2025? Un non-più-giovane marketer prova a dare cinque consigli a te e a sé stesso (spoiler: le previsioni non le azzecca quasi nessuno, giovani e vecchi, americani e italiani, io nemmeno se no sarei ricco e non scriverei post).

Incontriamo le persone. Gli strumenti digitali ti danno l’illusione di avere un drone in cui, dall’alto, guardi tutto e tutto sai, restando comodo davanti al tuo schermo. Non è così. Dobbiamo sforzarci a parlare con le persone, guardarle in faccia, percepire le loro emozioni, analizzare i loro giudizi. I numeri contano ma li hanno anche tutti gli altri. E spesso le vanity metrics “mentono” più delle persone. Un giudizio schietto e brutale di un cliente umano può essere più utile di ore di Analytics. Il primo passo spetta a noi, sempre.

Lasciamo stare le mode. Prendiamo il Brand Activism, cosa nobilissima ma è come maneggiare una bomba. Se fai una campagna eccezionale (e ci vogliono idee, tempo e fortuna), per lo più non succede niente se non qualche like in più. Se sbagli una minima cosa, esplode tutto. Costi/benefici? Rischio alto. Noi marketer parliamo la voce di un’azienda, che è fatta di tante persone e sensibilità: come possiamo sintetizzarle? L’azienda però ha un obiettivo molto chiaro, laico, perenne: crescere. In primis a livello di business e di vendite. Già è durissima fare bene quello, sul resto vediamo e pensiamoci bene su.

Un passaggio da “La libreria del buon romanzo” di Laurence Cossé, dove si parla di marketing

Più IA, più neuroni. Ormai l’intelligenza artificiale è il presente ma, è bene dircelo chiaro, rimane un fantastico, potentissimo, affascinante strumento. Il prompt su cui deve lavorare deve essere fatto di idee chiare, di sperimentazione, di obiettivi generati dalle persone. La strategia, ora come ieri, è alla base di tutto. Sono i nostri neuroni a dover lavorare per capire chi sia l’azienda, come valorizzarne i punti forti, come rafforzare quelli deboli, come raggiungere gli obiettivi. Se no facciamo come Jaguar.

Ridimensioniamo i social media. Solo il 31% delle persone si fida ormai degli adv sui social (era il 43% l’anno prima, qui la fonte). E se i contenuti organici avevano già i loro problemi figuriamoci se anche l’adv fa fatica a convincere. Non sono più l’eldorado da anni (nel B2B non lo sono mai stati). Ma sono importanti, bisogna esserci, monitorarli. Fanno parte della vita di tanti nostri clienti e prospect. Ma stiamo attenti a tutti i nostri touchpoint. Se siamo forti su Instagram e Tik Tok, abbiamo un sito del 2015 e un team non coordinato a livello di strategia aziendale non stiamo facendo bene il nostro lavoro.

Sperimentiamo. Leggiamo tutti i post, prendiamo idee dagli influencer che stimiamo ma anche da tanti altri posti, vediamo se ci sono trend interessanti. E poi proviamo a portare avanti i nostri progetti. Ognuno di noi lavora in nicchie più o meno grandi: non ci sono ricette valide per tutti, figuriamoci per noi. Diamoci obiettivi di breve o medio periodo, vediamo come va, analizziamo i risultati. Tenendo conto che quello che funziona a marzo 2025 potrebbe essere disastroso a marzo 2026 (ma anche a novembre 2025).

Non sono consigli facili né illuminanti ma il nostro lavoro è questo. Se “il tennis è lo sport del diavolo” (Claudio Panatta), il marketing lo è per il lavoro. Ma noi lo sappiamo, è bellissimo anche per quello.


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