Rettificare il senso delle parole

Rettificare i nomi” era uno degli insegnamenti più importanti di Confucio. “Dare i giusti nomi alle cose” come punto di partenza della virtù e della conoscenza. Una cosa che oggi, inondati da fiumi di parole e di contenuti, abbiamo un po’ perso. Confucio viene citato da Simone Pieranni nel suo libro “2100” a proposito del termine carne coltivata. In Asia stanno lavorando da anni per promuoverla perché quella allevata non sarà più sostenibile: prendi un campione di carne da un animale (che rimane vivo e vegeto), la coltivi all’interno di silos – bioreattori – simili a quelli per fare la birra e hai carne uguale all’originale ma abbattendo del 93% le emissioni di gas serra, del 95% l’uso di terreni e del 78% l’uso di acqua. Ci sono anche fattori contrari, come alti costi di investimento. Partiamo dalla parola: voi mangereste carne coltivata? Io farei fatica, partendo solo da quel nome. Ci si può lavorare.

Ridare i giusti nomi serve per un sacco di cose. Pensiamo al termine remigrazione: prima era il rientro volontario delle persone che erano emigrate (accezione positiva), ora è il ritorno/rimpatrio forzato di immigrati (accezione generalmente negativa). L’Accademia della Crusca parla di “manomissione” della parola: ne prendi una esistente e le assegni un significato eufemistico per celare un atteggiamento discriminatorio. Accade troppo spesso di giocare sporco con le parole e chi lavora con i loro significati (giornalisti, marketer, influencer, tutti) deve prendersi delle responsabilità. Basta anche solo analizzare il processo di remigrazione, se avete fatto due conti banalmente non ci conviene, troppo costosa. Se hai la barca coi buchi (pessima manutenzione), l’acqua entra per regole naturali. Se speri di salvarti buttandola fuori con un secchio, sprechi enormi risorse e non hai risolto nulla.

La tecnologia non è estranea in questo processo. Prendiamo le allucinazioni dell’AI: l’intelligenza artificiale sbaglia, talvolta inventa, ed è un’allucinazione, non un errore. Una cosa che a uno studente universitario costerebbe un esame diventa un “onesto errore di citazione sfuggito al controllo manuale” (cit. Anthropic). Hanno scelto di dare un nome sbagliato alle cose, volutamente. Stessa cosa vale per distillazione, termine che ci ricorda la grappa e invece, nell’AI, è prendere enormi quantità di contenuti per allenare i LLM. Se però le informazioni le “distilla” da 7 milioni di libri trovati in archivi pirata, di fatto le ruba da oggetti con autori e copyright. In più, se altri fanno una cosa analoga (24.000 account fraudolenti cinesi che interrogano l’AI americane e ne usano le risposte per formare i loro sistemi), non si parla di distillazione ma, questa volta, di furto (theft) e scopi illeciti. E si pone un enorme problema.

Non è una questione di lana caprina. C’è una bellissima puntata del podcast “Altri Orienti” di Simone Pieranni (sì, c’è stima per lui) che parla del diverso significato di AI in occidente (artificiale, termine che incute timore) e in Cina (prodotta dall’uomo, termine che la rende controllabile e gestibile). Pensare che l’AI, con le sue potentissime capacità di analisi statistica, sarà in grado di darci una lingua e parole standard è un errore. Perché una lingua è fatta anche dalla comunità di chi la parla, la sua cultura, la sua storia. Con confronti, compromessi, scelte. Tanti di noi sono produttori di contenuti (bastano le stories su Instagram) per cui siamo responsabili delle parole che usiamo. Le aziende non fanno eccezione, nelle loro campagne, nei loro claim. Non per Confucio ma per il nostro interesse collettivo.


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