La tutela della privacy è una rottura di scatole. Cookie da accettare e da gestire, moduli da verificare e compilare, GDPR da analizzare e rispettare (come avevo già scritto qui): per chi fa marketing e comunicazione, diciamocelo, appare come un grande limite alle sconfinate opportunità moderne di tracciamento, con enormi vantaggi nell’analisi dei dati e del customer journey. In verità, la privacy appare come uno dei baluardi su cui si basa la difesa del nostro vero valore di mercato: i nostri dati.
Partiamo da un assunto: noi umani dotati di intelligenza biologica dobbiamo trovare un limite alle possibilità della tecnologia. Perché ce lo dice l’istinto: più il territorio è sconosciuto, più dobbiamo essere cauti. Aziende con fatturati simili a PIL di stati sovrani ci dicono che il futuro è l’intelligenza artificiale, il metaverso e tante altre incredibili cose. Perché, per loro, the world is not enough (come sosteneva il pezzo omonimo dei Garbage, meraviglioso). Hanno bisogno di nuovi mondi e nuovi utenti che rispettino altre regole slegate dal saturo e limitato mondo fisico. I loro obiettivi non è detto che siano i nostri.
In questo scenario, noi persone e consumatori stiamo frammentando (cit. Marracash). Siamo soli di fronte a schermi che decidono quello che leggiamo, che compriamo e anche quello che dovremmo pensare se le risposte ce le presenta una IA autoreferenziale. Uno dei pochi argini che ha dimostrato di funzionare è la privacy. La veloce reazione del Garante italiano all’arrivo istantaneo di OpenAI e la linea ferma della UE che mette in difficoltà Meta/Facebook sull’annunciato concorrente killer di Twitter, ossia Threads, sono solo due esempi. Fare domande sulle cose è il primo passo per capirle e, poi, gestirle.
La solitudine è la condizione prima della totale sottomissione (Michel Foucault, citato dal garante della Privacy)
Da uomo di marketing, dovrei essere felice di quello che la tecnologia può darmi. E lo sono. Ma sono anche uno che compra prodotti e servizi, per cui il target di un mio collega. E sono anche un genitore, che deve tutelare la vita digitale propria e dei propri figli. E sono parte di una comunità (veneta, emiliana, italiana ed europea) che deve essere consapevole dell’importanza di difendere i propri dati. La tecnologia non va fermata ma non è neanche il bene a cui credere ciecamente.
La tecnologia va gestita. Oggi posso comprarmi una Tesla ma ho un codice della strada e un limite di velocità da rispettare. Nel 1959 si temeva che il codice della strada fosse una brutta cosa e che la gente avrebbe lasciato in massa l’auto in garage per colpa “di questi assurdi divieti”, come scrivevano i giornali. Ah, i mass media: la tecnologia avanza ma loro non cambiano mai.
